martedì, 02 maggio 2006

Lo sappiamo. Siamo un po' latitanti ultimamente. Ma questa vita è così difficile! argh.

Postato da: SusannaKeysen a 10:21 | link | commenti (14) |

sabato, 22 aprile 2006

Documento senza titolo

QUATTRO OCCHI. QUATTRO ORECCHIE. DUE OPINIONI.

YUPPIE FLU _live@Circolo Degli Artisti_Roma 25 marzo

SecondoSusanna

Non ci metterò più di un minuto e mezzo a scrivere degli Yuppi Flu, per una semplice ragione: è passato troppo tempo dalla sera del loro concerto e il recipiente della mia memoria ha una capienza massima che corrisponde al volume di un poket coffee, che sulla linea del tempo dovrebbe equivalere più o meno ad un millesimo di secondo.
Aziono il cronometro.
Gli Yuppie Flu mi piacciono. Hanno un sapore genuino, che lascia un retrogusto di semplicità. Il loro suono parla la lingua di una musica piacevole che fa qualche passo a gattoni, nel momento in cui si lascia andare a dissonanze ben calibrate.
Sentirli dal vivo mi ha confermato tutto questo attraverso qualcosa che mi sembra di aver percepito nell’aria: c’era un gran senso di armonia reciproca tra i componenti della band.
Però è mancato qualcosa. Quel qualcosa che non ha un nome ben preciso e che potrebbe essere identificato come quella botta di energia (che ovvio può essere di diversa natura) che ti fa straparlare in preda ad un attacco di lucida-follia-post-concerto.
E poi è durato poco.
Ecco.
Un minuto e quaranta secondi. Mannaggia!

 

SecondoLisa

E’ passato ormai quasi un mese dal concerto degli Yuppie Flu al solito Circolo degli Artisti, però non è difficile per me raccattare le emozioni di quella sera e riproporvele.
Non sarebbe facile farlo se le sensazioni fossero state molte, tumultuose, se nei ricordi ci fossero tanti suoni, tante immagini.
Purtroppo non è così.
E dico putroppo perché a me gli Yuppie Flu piacciono, e anche parecchio.
Invece il live di Roma non mi ha lasciato niente, ricordo di aver canticchiato felice “Our nature”. E basta.
Mi è sembrato di sentire una lunga canzone, sempre la stessa, nessun momento culminate, si è viaggiato sempre sullo stesso tono.
Le melodie sono fortunatamente orecchiabili e godibilissime, di facile presa, quindi è stata comunque una serata piacevole, ma devo dire che mi aspettavo molto di più. Non fraintendetemi, non è stato un live “brutto”, i 5 di Bologna suonano davvero bene insieme, è solo che davvero è mancato qualcosa, qualcosa di troppo importante, energia e incisività forse. Una nota di merito al batterista, fantastico, lui si che ha dato l’anima, durante tutto il concerto.

sito ufficiale
my space

Postato da: SusannaKeysen a 22:49 | link | commenti (7) |

Untitled Document

In attesa di un nuovo post vi lascio questa playlist, dettata un po' dal momento e un po' no.

 

Postato da: SusannaKeysen a 13:07 | link | commenti (3) |

martedì, 04 aprile 2006

READING FESTIVAL 2006.

e poi non dite che non vi avevo avvertito...

Postato da: LiSaRoW a 22:17 | link | commenti (24) |
divagazioni

mercoledì, 22 marzo 2006

QUATTRO OCCHI. QUATTRO ORECCHIE. DUE OPINIONI.

JULIE'S HAIRCUT_live@Circolo degli Artisti_Roma 18 Marzo 2006

SecondoSusanna

Se abbiamo fatto tardi al concerto è stato a causa mia. Dopo un viaggio lungo mezza Italia, mi sono presa la libertà di farmi aspettare per una ventina di minuti, non considerando che sarebbe stato tempo rubato ai Julie’s haircut.
E questa volta ho fatto proprio male a far tardi.
La prima metà del concerto si è consumata nell’incognita dovuta al mio ritardo. Ma la metà restante ha ripagato ogni “fanculo” che mi sono detta pensando alla calma con cui mi sono preparata per uscire.
Poche parole e un sacco di suoni. La prima cosa che mi ha incuriosito è stata la presenza di tre chitarre, cosa non del tutto normale. Ci vuole poco per immaginare quale sia l’effetto dato dalla sovrapposizione dei pensieri sonori di tre menti che seguono uno stesso concetto melodico, ma parlano con accenti differenti. Le cose sono due. O fai un gran casino. Oppure sfoci in un torrente espressivo al tempo stesso inquieto e cadenzato. I Julie’s haircut creano musica che rientra nella seconda categoria, forti di un buona dose di bravura e di influenze chiaramente votate alla psichedelia un po’ garage.
Questa volta vorrei che sia solo una l’istantanea/ricordo emblema dell’intero concerto. Non so come abbiano fatto, ma sono stati capaci di far suonare la luce.
La pulce che zompetta tra una piega e l’altra del mio cerebro in fermento dice che vorrebbe sentirli di nuovo dal vivo.
Promossi.

SecondoLisa

L’avevo detto, avevo solo bisogno di rilassarmi.
E così è stato. Dall’inizio.
Siamo arrivati con calma, molta calma. Questo perché le donne sono tutte uguali no?(vero Susy??), diciamo che qualcuno si è fatto aspettare un po’, mentre Max e io ci facevamo una scorpacciata di Incubus in macchina. Intanto i North Pole erano saliti sul palco, avevano suonato e se ne erano pure andati. Poco male: “niente ansia stasera, nessuna fretta, nessuna smania da fotografa, niente di niente, solo relax”.
Il Circolo era pieno a metà, o vuoto a metà, come vi pare. Ma c’era una gran bella atmosfera, la band di Sassuolo era già sul palco da un po’ quando siamo arrivati noi.
Un turbine di suoni, buio e luce, quiete e rumore, mi dimentico un po’ di tutto per un’oretta, mi faccio trasportare da queste note psichedeliche e la mente si libera.

Cliccate sulla foto per vedere le altre e come sempre solo i mac users le vedranno al meglio >_<

Dove trovare i Julie's Haircut:

sito ufficiale

my space

Postato da: SusannaKeysen a 17:21 | link | commenti (22) |
fotografia, concerti

sabato, 18 marzo 2006

Una musica può fare.
 
Lo scegliere quella canzone che rievoca forte, con violenza, quella persona, quei momenti, una faccia ben precisa: la sua. Quelle risate, quelle piccole e timide lacrime, ti catapulta direttamente in quelle discussioni, le infinite chiacchierate e le mille sigarette e non solo.
Le strade della tua città o di una città nuova, di notte, i concerti e ancora la musica condivisa insieme.
Tutte cose che vorresti chiudere in una scatola e buttare via, nel più profondo dei buchi, in un angolo dimenticato del cuore e della mente.
E invece scrolli la libreria di I-tunes, scegli QUELLA canzone, del tutto consapevole di quello che succederà, masochisticamente te l’ascolti tutta, pure un paio di volte di fila.
Il compiacersi della propria tristezza, della propria malinconia.
Chi non l’ha fatto?
Esorcizzare la sofferenza tramite una canzone, quasi quel paio di note avessero un potere catartico.
No, non parlo d’amore. Non si vive di solo amore.
O meglio non di un amore solo, quello fatto di baci e farfalle nello stomaco.
C’è anche l’amore per un amico.
Che è forte e proprio come quando chi ami ti lascia e ti dice che è finita, così quando un amico ti passa sopra con una fredda non curanza, ecco fa male uguale.
Fa male uguale.
Quando dai tutto e resta niente.
Un bel niente.
Manco una parola. Solo il silenzio e l’indifferenza.
E non ci pensi, dici “fanculo” mi hanno fregato più di una volta non ci ricasco mica. Poi qualcuno ti chiede di lui e tutto torna e ti si bagnano gli occhi e la rabbia è tanta e non ti capaciti mica che dopo quel “tutto” ora c’è solo il “niente”. Dopo la condivisione, dopo l’empatia…solo il niente.
Esco, vado a sentire i Julie’s haircut al circolo, scatto qualche foto se mi va, libero la mente se ci riesco.
Che la musica fa pure questo. Ti libera.

Postato da: LiSaRoW a 20:20 | link | commenti (5) |
divagazioni

sabato, 04 marzo 2006

QUATTRO OCCHI. QUATTRO ORECCHIE. DUE OPINIONI.
 
CALLA_live@Circolo degli Artisti_Roma 25 febbraio


 
SecondoSusanna

Questa volta non avevo proprio idea di cosa stessi andando a sentire.
Non avevo ricevuto nemmeno una dritta prima di entrare nel locale.
I Calla? Un gruppo americano. Stop.
Eravamo sotto il palco, esattamente di fronte al cantante. Peccato però che a 60 cm dal mio orecchio destro ci fossero tre casse enormi, una sopra l'altra, che incombevano sulla mia già provata percezione sonora.
Il concerto inizia. Ma c'è poco da dire.
Almeno per quanto riguarda questo mio primo live dei Calla.
Vorrei potervi parlare di quanto mi sia piaciuta la voce del cantante, di quanto abbia apprezzato un pezzo anzichè un altro, di quanto mi abbia stimolato i sensi il ritmo della batteria, ma non posso.
Non è accaduto nulla di tutto questo. Perchè, non appena i Calla hanno attaccato a suonare, il volume degli strumenti si è alzato terribilmente e quello che percepivo io a 60 cm dalle casse era solo un gran casino. A dir la verità, all'inizio mi sono anche un po' impegnata a cercare di distinguere una melodia che potesse essere apprezzata. Ma non ce l'ho fatta.
Probabilmente se avessi conosciuto i pezzi sarebbe stata un'impresa meno ardua. Mi sarebbe bastato beccare mezza nota fra la cascata ingarbugliata di rumori per riuscire ad entrare nel tunnel insonorizzato di un'illusione uditiva.
Ma così non è stato e per 3/4 del concerto ho solo messo a dura prova il mio timpano destro, dandogli tregua magari per un minuto e mezzo ogni dieci girando la testa dalla parte opposta alla band.
Se avessi potuto mi sarei spostata volentieri per ascoltare meglio i Calla, ma ero l'assistente della qui presente music photographer: non potevo mollarla lì da sola.
Però le ultime quattro o cinque canzoni sono riuscita a salvarle.
Allora, prima di arrivare alle conclusioni, che non è detto che siano così scontate, vorrei darvi tre immagini della serata, un po' emblematiche, un po' no.
Il batterista che andava giù di maracas sulle pelli di timpani e rullante.
Il cantante che dopo la pausa è rientrato con sigaretta fra le labbra e boccia di jack daniel.
Il bassista che si muoveva sulle gambe in sincronia con le note che suonava.
Tirando le somme. Il concerto non mi ha dato un motivo vero per pensare dei Calla quello che ho pensato degli Editors.
Certo è che comunque molto è dipeso dalle circostante in cui mi trovavo. Anche perchè il giorno dopo, mi sono ritrovata a sentire un paio di pezzi e inaspettatamente mi sono piaciuti. E non poco.
Aspetterò il prossimo concerto.

SecondoLisa

Sarò onesta, i Calla prima di questo concerto li conoscevo davvero poco.
Sono stata spinta a sentirli dal vivo sabato soprattutto dalla voglia di scattare un po’ di foto. Mio fratello mi parlava bene di questi newyorkesi già da un paio d’anni, ma per pigrizia forse non avevo mai approfondito.
Qualche giorno prima del concerto ho iniziato ad ascoltare con non troppa attenzione “Televise” (penultimo album del gruppo) e qualche brano di “Scavengers” (lavoro precedente).
Superficialmente la prima cosa che ho pensato è stata: “bravi si, ma dopo 4 canzoni di fila che noia”.
Piena di speranza però e un po’ nervosa (quando so di dover fare delle foto sono sempre un po’ in ansia…si sa “se qualcosa può andare storto lo farà”…) sono arrivata al Circolo verso le 9 e mezza.
Mi piazzo in prima fila, sulla destra, non so ancora che il microfono davanti a me sarà quello di Aurelio Valle, frontman dei Calla.
Aprono i TvLumiere ( www.tvlumiere.it), propongono cinque pezzi, di più probabilmente io e gran parte del pubblico non ne avremmo retti.
Ma veniamo al sodo, salgono sul palco i Calla, i tre si montano l’attrezzatura e si accordano gli strumenti per fatti loro, il cantante ha lunghi capelli neri che gli coprono parte del volto, in bocca una sigaretta e addosso una giacca di pelle nera. Si china proprio davanti a me a sistemare i pedali, da subito mi sembra un tipo un po’ speciale, ha un qualcosa di enigmatico.
Passo così tre quarti del concerto in prima fila, sotto la cassa, dove l’acustica era davvero pessima, più attenta a riuscire a fare delle foto decenti senza usare il flash, maledicendo chi giocava così tanto con le luci rendendomi la vita impossibile, piuttosto che prestare attenzione alla musica dei Calla. Scivolava via sul fondo, come colonna sonora mentre ero persa dietro la figura magnetica e intensa di Aurelio, scattavo e scattavo.
Fino a che Susanna, esasperata, mi fa notare che da dove siamo noi sarà pure un gran bel posto per fare le foto, ma la voce di lui neanche si sente. Così ce ne andiamo un paio di file indietro. Come volevasi dimostrare (se qualcosa può andar storto lo farà…) appena mi sposto sparano delle splendide luci bianche, finalmente fisse, mentre Aurelio si perde totalmente in sintonia con la sua musica. Suona la chitarra verso il cielo (che poi non siamo all’aperto ma dire cielo fa più poetico che dire soffitto) e io lì a maledirmi che le uniche foto con una luce decente mi verrano con le teste dei tre esaltati davanti a me che si agitano in pieno stile “Beavis and Butthead”.
Ma forse è un bene, per un attimo mi rendo conto davvero di cosa sta succedendo su quel palco, torno nel presente e mi faccio finalmente coinvolgere dalla voce intensa di Aurelio Valle e dalla spirale di suoni che i Calla diffondono nella sala, un tappeto sonoro a volte al confine con la psichedelia. Una musica che attinge tanto alle atmosfere cupe degli anni 80 ma anche ricca di sperimentazioni.
Pochi pezzi ed è tutto finito.
Adesso sono cinque giorni che ascolto Collisions e Televise, e più li ascolto e più mi piacciono, perché i Calla meritano un ascolto attento, e se gli concedi un po’ di tempo poi loro piano-piano ti entrano dentro.
Da rivedere assolutamente, anzi da risentire.

Detto questo almeno le foto non sono affatto male, considerando che è solo il secondo concerto in cui scatto posso ritenermi soddisfatta.
Spero piacciano anche a voi. Cliccate sulla foto per vedere la serie completa.

 

Postato da: SusannaKeysen a 01:50 | link | commenti (14) |
fotografia, concerti

mercoledì, 08 febbraio 2006

QUATTRO OCCHI. QUATTRO ORECCHIE. DUE OPINIONI.
 
EDITORS_live@Qube_Roma 4 febbraio
 
SecondoSusanna
 
Io avevo solo voglia di restarmene a casa in compagnia del vecchio e fido mac che nn ti abbandona mai. Dato il periodaccio,in cui il lavoro si diffonde nelle mie giornate come un virus impazzito e lo stress si crede una fenice capace di risorgere dalla proprie ceneri, non avevo assolutamente intenzione di perdere una serata dietro alle strilla contorte di musicisti invasati ai quali non ero nemmeno in grado di dare un volto.
Ma si sa. Il destino gioca brutti scherzi.
Forse sarebbe meglio dire che è veramente difficile rifiutare la generosa offerta di qualcuno disposto a pagare il biglietto al posto tuo.
Non sono una profittatrice. Avevo solo bisogno di uno stimolo!
E alle 21.30 ero con gli altri di fronte al Qube.
Dopo questa noiosa premessa sulle oneste intenzioni del mio preserata, potrei subito attaccare con una dettagliata cronaca del concerto, ma non me la sento di descrivervi in chiave critica e magari seria qualcosa che è ancora fresco di sensazioni.
Stasera, poi, proprio no. Sto ascoltando i Kaiser Chiefs con "Everyday I love u less and less". Figuriamoci se mi va di lanciarmi in un'analisi attenta del mio sabato sera.
Diciamo che semplicemente mi sforzerò di farmi comprendere da voi. Perchè quello che voglio darvi sono solo tre validi motivi (motivo più motivo meno) che riescano a smuovervi dalle vostre sedie da assidui vampiri della rete, la prossima volta che gli Editors verranno in Italia.
Prima ancora di entrare nel locale mi era stato detto da voci amiche che gli Editors non sono altro che un derivato degli Interpol, ma mentre gli ultimi pare che dal vivo non se la cavicchino poi così tanto bene, i primi invece sembra che nelle stesse circostanze abbiano completa padronanza dei propri mezzi.
La conferma di quanto appena scritto è arrivata nel giro di un'ora.
Vi giuro. Sono stata felice di aver abbandonato il mio fido mac a casa, sabato sera.
Preparatevi, perchè da ora in avanti mi lascerò andare nella "narrazione" e non posso darvi la certezza che seguirò un qualche ordine logico nel parlarvi del Mio concerto degli Editors.
FALL (seconda in playlist, qui su storyteller).
Brividi ovunque. Per l'intera durata del pezzo ho avuto le mani giunte, nemmeno tenessi nascosta una preghiera. Osservavo Tom Smith mentre ad occhi chiusi spalmava le sue labbra sul microfono e cantava "I wanted to see this for myself". Dopo i primi 30 secondi cantavo anch'io.
Silenzio per tre minuti e mezzo. Non dico in sala, dove non avevo assolutamente idea di cosa stesse accadendo. Io parlo della mia mentre. Stavo dietro alla chitarra e alla sua voce così dannatamente limpida. E al tempo stesso cupa, malinconica, rassegnata, cupa, ribelle.
Questo è stato il mio momento da ricordare.
Tutto il resto è stata una nenia in bilico tra il dark, l'ossessione di riff quasi meccanici e melodie che ti penetravano il cervello.
Sono stata a lungo ad occhi chiusi.
Ed ad occhi chiusi non ho fatto altro che abbandonare la testa completamente in balia dei suoni.
Quella batteria, cazzo. Era così incalzante. E violenta a volte. E per quanto mi riguarda anche imprevedibile.
Non appena aprivo gli occhi, poi, non c'era via di scampo, eccetto che l'ipnosi.
Nella ragnatela di strade di luci blu e verdi, trovavo lo sguardo perso del cantante, che si muoveva esattamente come si muovevano le sue note e la sua voce nell'aria rarefatta del locale.
Era impressionante quanto fosse profonda la simbiosi tra la musica e chi la generava.
Tutto questo ci veniva sbattuto sui timpani senza alcun filtro. E così è stato facile godere dell'alchimia.
Volume altissimo.
Finale assordante.
Credo proprio che mi siano piaciuti.
I miei trascorsi da Joy Division mi hanno permesso di captare qualche camuffata assonanza. Ma che importa.
Io non lo so davvero se, con la lettura, siete arrivati fino a questo punto. Ma se così fosse, lasciatemi sprecare le ultime parole su qualcosa che forse mi ha sbalordito più degli Editors.
La opening band.
Tre ragazzi che si scambiano gli strumenti tra un pezzo e l'altro non è facile trovarli, ma soprattutto sembra quasi inverosimile che lo scambio di ruoli sortisca ottimi effetti. Qualcuno di voi, con esperienze musicali alle spalle, sa bene quanto me che passarsi gli strumenti è davvero una figata, se limitato alle ore di prove. Ma credo che ci voglia qualcosa in più per materializzare tutto questo su uno stage di fronte ad un po' di persone.
Bravi. Bravi sul serio i Gliss.
Suggerisco vivamente di approfondire.
Solo un'ultima osservazione riguardo all'esibizione.
Ho assistito ad una metamorfosi.
All'inizio ad uno dei componenti non ho dato molto credito. Si trattava della batterista/bassista, una ragazza all'apparenza timida, che nemmeno si vedeva nascosta dietro ad una batteria, suonata discretamente. Le è bastato prendere il basso fra le mani per diventare un'altra. E qui lascio ampio spazio alla vostra immaginazione, sia che si parli di musica, sia che si tratti d'altro.
Stop.


SecondoLisa
 
 Accetta il file: “all sparks.mp3”.
Trasferimento in corso.
File ricevuto.
Tutto è cominciato così, un mesetto fa circa.
Me li ha fatti conoscere un amico questi Editors, quello stesso amico che mi ha detto: “dal vivo sono una bomba”.
Quel pezzo poi l’ho amato e il disco mi è piaciuto, nulla di sconvolgente per carità, pur sapendo di già sentito scivola però via che è un piacere, tra atmosfere cupe e melodie azzeccate e orecchiabili.
Sarò onesta, a volte la somiglianza con gli Interpol è un po’ imbarazzante, se poi si considera che la suddetta band newyorkese attinge non poco al passato, possiamo dire senza mezzi termini che gli Editors di originale non hanno proprio niente.
Per questo i soldi per comprarmi il loro cd di esordio “The Back Room” non li ho spesi, ma 15 euro per un live si, e pure molto volentieri.
Ero curiosa. Curiosa di sentire cos’ha da dire questo quartetto di ventenni nati e cresciuti nelle periferie inglesi, posti che per sopravviverci devi averne di fantasia.
Aprono i Gliss, trio di polistrumentisti americani davvero interessanti. Tutti i membri, due uomini e una donna, godono di una presenza scenica fantastica, in passato hanno già aperto per Billie Corgan e i Black Rebel Motorcycle Club. Bella carica, e particolarissima e penetrante la voce del vocalist. Il loro set è quindi un piacere e non una lenta agonia nell’attesa della “main act” come succede spesso con i gruppi di supporto.
A mezzanotte meno venti attaccano Tom e soci e poco ci vuole a capire che i soldi del biglietto sono stati ben spesi.
 “I’ve got a million things to say…”sembrano rispondere alla mia domanda con il pezzo”lights”, e già mi basta così, mi hanno convinta, mi emoziono per 4 minuti, quindi è fatta, è amore per una notte.
Con mio stupore la maggior parte del pubblico è veramente coinvolto e conosce a memoria gran parte dei testi del primo lavoro del gruppo.
Il live è veloce e energico, la voce del giovane frontman ti entra dentro, ti carezza e ti culla e subito dopo è pronta a prenderti a schiaffi per svegliarti e farti ballare.
Il ragazzo ci sa fare sul palco, scimmiotta un po’ troppo Chris Martin ma chissenefrega, guardarlo agitarsi con la chitarra in braccio e poi struggersi seduto alla tastiera, che ripete ancora e ancora le stessi frasi è quasi ipnotico­.
Il concerto è breve, ma va bene così, in fondo hanno solo un disco all’attivo e piuttosto che sentire 30 fotocopie, belle a colori eh, ma sempre fotocopie, preferisco aspettare e sperare che tra un po’ gli Editors sfornino qualcosa di più personale e autentico, perché se rimanessero ancorati dove sono ora sarebbe un peccato, perché era vero, dal vivo sono una bomba.
 

 Le foto di ieri sera sono visibili cliccando sull’immagine qui sotto, sono le prime che posto, ma spero di farlo sempre più spesso, ogni commento, complimento o critica che sia, è ben accetto. (Putroppo le ultime foto in bianco e nero sul mac me le visualizza bene mentre sul pc sono scurissime, mi piacerebbe le vedeste al meglio, ma non so come ovviare).

 
www.myspace.com/editorsmusic ascoltate in streaming 4pezzi, in più vi consiglio: all sparks, fall (entrambe le potete sentire qui nel player!) e fingers in the factories.
 
www.editorsofficial.com sito ufficiale
 
www.myspace.com/gliss qui potete ascoltare in streaming 4 pezzi dei Gliss, la band che ha aperto il concerto.
 
www.gliss.tv sito ufficiale
 
“People are fragile things, you should know by now, be careful what you put them through...” Munich - Editors

Postato da: LiSaRoW a 10:10 | link | commenti (50) |
fotografia, concerti

lunedì, 30 gennaio 2006

Voglio chiarire un attimo il significato di questo blog, questo storyteller. Raccontastorie, nato così, per caso, impulsivamente, una notte in cui ho avuto l'esigenza forte di dire un paio di cose che mi frullavano in testa, e che giorno dopo giorno sta prendendo forma.

Che forma poi ancora non lo so.

Ma non voglio fraintendimenti o lagne da nessun alternativo con la giacca di velluto a costine e le spillette trendy sul petto.

Non che ce ne siano state, ma si sa, prevenire e meglio che curare (mentadent insegna).

Io non ho nessuna pretesa da blogger rivoluzionaria, non mi sento profeta che deve diffondere la musica indipendente, ma soprattutto non mi sento critica, non mi interessa trattare ogni singolo gruppo che esce sul mercato e osannarlo o stroncarlo, non ho nessuna ambizione nel rendere questo blog una succursale delle decine di siti (italiani) che già hanno come pane quotidiano tutti i nuovi gruppi che finiscono sulle copertine di NME. Non mi interessa. Di riviste l’edicola è piena, e la rete intasata di siti e blog che fanno a gara per accaparrarsi la prossima “next best thing”.

Questo qui è un angolino, il mio angolino (il nostro, perché non sono sola e spero che presto l’altro essere si palesi) dove tutto quello che voglio è condividere con amici, semplici conoscenti, o con perfetti sconosciuti portati qui dal caso ciò che amo più al mondo.

Tutto ciò che è creatività, tutto ciò che può comunicare qualcosa di forte, tutto ciò che può emozionare. Ovviamente attraverso un mio personalissimo filtro.

Quello che questo sito non pretende di essere né sarà mai è un database infinito di gruppi, con dentro di tutto, dalla cioccolata alla merda.

Qui troverete solo la mia di cioccolata, tanto per intenderci.

Il fatto che la musica mi appassioni immensamente fa si che io qui, nel mio piccolo, voglia fare qualcosa di buono per Lei.

Per la mia musica.

Non sono tanto ingenua da pensare che parlare di una band su un qualsiasi blog serva a renderla famosa, ci mancherebbe, ma più conosciuta si, il passaparola è un’arma potentissima e non può mai far male alzare un po’ la voce e dire “ehi senti qui, questi non vendono milioni e milioni di dischi ma sono davvero in gamba”. Come detto nel primo post sono convinta che di bei gruppi in giro ce ne siano tanti, e tv e radio non li passano certo 24/24 , succede che così in tanti,la maggioranza a dire il vero, li ignorino.

Ad esempio nei commenti del post precedente dicevo che Tegan and Sara mi hanno risposto a una mail che avevo mandato loro per chiedere se avrebbero suonato in Italia e se avevano qualche gruppo nuovo interessante da consigliarmi, loro mi hanno risposto e tra le altre cose mi hanno detto di continuare a far ascoltare e condividere la loro musica con quanta più gente possibile, perché è importante, e così forse l’anno prossimo se il disco nuovo andrà bene potranno venire a suonare in Italia.

Ecco perché mi piace parlare  della musica che amo, la musica nuova che scopro ogni giorno, la musica che accompagna i miei pensieri e ci si sintonizza sopra.

In sintesi tutto quello che voglio, che vogliamo, è solo offrirvi qualche spunto e condividere con voi immagini, musica e parole.

Postato da: LiSaRoW a 23:40 | link | commenti (3) |
divagazioni

martedì, 24 gennaio 2006

 >>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>TEGAN AND SARA 


A fine anni ’90, a Calgary(Canada) due ragazzine, due gemelle, appena uscite dalla fase di militanza in sgangherati gruppetti punk, imbracciano due chitarre acustiche, vincono un concorso locale e si auto-producono un disco, Under feet like ours.

Era il 1999.

Il nome della band era Sara and Tegan, cambierà dal disco successivo. Chitarre acustiche a go,go per un folk a tratti dolce a tratti incazzato. Due voci e due personalità diverse che si incontrano, scontrano e fondono alla perfezione. Più bassa e calda la voce di Tegan, acuta e penetrante quella di Sara.Pezzi come This is everything  e soprattutto Superstar preannunciano qualcosa di grosso in cantiere.

Nel 2000 la svolta, niente di meno che Mr. Neil Young, le mette sotto contratto con la sua etichetta indipendente, la Vapor Records, e chiede subito alle due di partire in tour con lui per - e scusate se è poco- aprire i suoi concerti.

Le gemelle canadesi sono poco più che maggiorenni.

Aprono tra gli altri per gente come i Pretenders e per Rufus Wainwright. Il disco è The business of art, mai giunto da noi.E’ chiara l’influenza delle varie folk-rockers, Ani DiFranco su tutte, ma canzoni come The first e My number  facevano già intuire che queste ragazze non mancano certo di personalità e sufficiente talento per evitare di cadere nel calderone dei gruppi senza un’identità e un sound proprio.

Da questo punto in poi le nostre avevano una scelta da fare, continuare con il folk acustico dei primi due dischi, rimanendo una buona band, non particolarmente originale però, o fare un passo un più, nella ricerca di uno stile proprio.

Con il terzo disco, If it was you del 2002,  le due sorelle hanno osato un po’ di più e il risultato è la miscela variegata che, a mio avviso, ve le farà amare.L’opening track Time running rende palese che qualcosa è cambiato. Ritmiche più marcate che in passato e poi…

poi arrivano le chitarre elettriche. Quelle acustiche e i pezzi più soft restano, And darling e la meravigliosa Don’t confess, traccia che chiude l’album, ne sono un esempio.

Living room è forse il pezzo che meglio rappresenta la nuova svolta del gruppo, forti sonorità folk, ma con una sensibilità pop incredibile (fino al prossimo post potrete vedere il video nel player).

Ma fate ben attenzione, queste due non sono né un fenomeno passeggero, né tanto meno un gruppo dalle canzoncine fresche e basta.

I testi, e gli arrangiamenti non sono mai banali, tutt’altro. Il loro songwriting è praticamente impeccabile. I pezzi vi entreranno in testa per le melodie accattivanti, ma la passione e l’onestà che emanano ve li faranno entrare direttamente anche nel cuore.

Nel 2004 esce So jelous, l’album più dinamico della band ad oggi, che segna un momento  fondamentale nella crescita del gruppo, e nella definizione del suo sound ora più che mai autentico.

Le due rielaborano personalmente nuove influenze, dalla new wave e addirittura all’emo, fanno poi per la prima volta apparizione nei loro brani i sintetizzatori e chitarre elettriche molto più tirate.

Il risultato sono pezzi rock intelligenti e molto diretti, e soprattutto un sound diverso dai dischi precedenti, è subito chiaro dal pezzo di apertura , So jelous appunto.

Walking with a ghost è forse il migliore esempio delle crescita delle due, ripetitiva e ipnotizzante la canzone ha una melodia raffinata, secche chitarre in puro stile rock e un ritornello alquanto enigmatico: “i was walking with a ghost, i said please, please don’t insist”. Martellante.

Le radici affondano sempre nel folk acustico, ce ne accorgiamo in canzoni come You  wouldn’t like me e Where does the good go che ci riportano dritti ai primi lavori delle due.

I pezzi sono come sempre orecchiabili ma l’arrangiamento è spesso poderoso, Tegan and Sara scrivono pezzi semplici a livello armonico ma veramente ricchi dal punto di vista musicale.

I testi tuttavia non sono sempre solari quanto le canzoni, l’amore, e spesso le rotture, restano il tema più caro alle due gemelle gay -si, si, tutte e due- ma come dice Tegan, la più loquace delle due, “it’s not a big deal”, non sentite parlare dei gusti sessuali di Tom York no? E’ la musica che conta. Siamo là fuori a fare esattamente ciò che ogni altra band fa, gay o etero, donne e uomini, siamo là fuori per guadagnarci da vivere, e facciamo arte e non ha nulla a che fare con la mia sessualità, poi politicamente voglio che le persone sappiano qual’è, perché è importante alzarsi e far sentire la propria voce, quando tante altre persone non possono o vogliono farlo”.

 

“So jelous makes heartbreak seem so beautiful and majestic, you might be tempted to go and wreck your healty, long-stending relationship just to get a piece of the action,of corse after hearing the genuine, crushed hopes hurt in the sister’s voice, you’ll realize what a stupid idea that is”.

(Aversion .com)

 

“the twin sisters fully embrace new-wave synths and fuzzy rock rave ups…while their reedy voices trace the

cork-screw path of relationship good and bad” .

(Entertainmente weekley)

 

Le critiche sono ottime e la distribuzione è finalmente più ampia e il gruppo riceve una buona visibilità, guadagnando più fans anche al di fuori dei confini canadesi.

Molti pezzi vengono usati in colonne sonore di shows americani di successo come “Grey’s anatomy”, “One tree hill” e “The L word”.

Persino i White Stripes si mettono a suonare la sopracitata Walking with a ghost dal vivo, e il pezzo deve piacergli a tal punto che il duo rock fa uscire un EP di 5 pezzi, con il nome della cover appunto, registrata in studio per l’occasione.

Dopo aver ascoltato l’ultimo disco di Teagan and Sara è quasi impossibile non avere la sensazione di essere davanti a qualcosa di completamente nuovo e fresco, il disco incorpora una grande varietà di stili riuscendo però a mantenere il sound unico della band.

Pop-folk-rock? Volete chiamarlo così? Buttateci dentro pure un po’ di punk, e avrete Tegan and Sara. Forse.

Ma le etichette sono poi così importanti?

Queste due stanno costruendo passo dopo passo una carriera stabile e duratura, migliorando ed evolvendosi disco dopo disco, dimostrandoci che c’è chi ancora vuole vivere di musica spinto dalla passione, loro stesse dicono di aver fatto determinate scelte e di non aver giocato alcune carte(facilmente intuibili) perché non interessate al grande successo usa e getta.

Io, e fortunatamente -per loro- non sono l’unica, sono sicura che saranno in giro ancora a lungo, nell’indie scene o sotto i grandi riflettori, infondo se non importa a loro perché dovrebbe importare a noi.

Un pò di linksss:

MySpace [qui potete ascoltare Walking with a Ghost, Speak slow , I know i know i know e Downtown , tutti pezzi dell’ultimo disco]

www.teganandsara.com [sito ufficiale, molto carino, dove nella sezione “audio” potete scaricare gratuitamente: Speak slow, My number, I know i know i know, Frozen e I hear noises]

Oltre a questi vi consiglio di scaricarvi tutti i pezzi citati nel post e in più: Freedom, Hype e la ballata Cleaver meals che è bellissima.

VH1   [potete vedere i video di Speak slow, che è veramente divertente , e di Walking with a ghost e in più 3 performance live in acustico : You wouldn’t like me, I know i know i know e di nuovo Speak slow]

YouTube  [video vari, live e non]

www.teganandsara.net [fansite ufficiale, quasi migliore del sito vero e proprio della band]

www.teganandsara.org  [un altro fansite]

Da noi gli ultimi due dischi dovrebbero trovarsi, ancora non li ho cercati, quindi non so dirvi se è un’impresa o no. Ma comunque c’è sempre internet (dove potete comprare anche il primo disco tra l’altro) e i prezzi che ho visto sono anche ottimi, tra i 9 dollari per il primo (meno di 9 euro) ai 12 per l’ultimo, più qualche spesuccia di spedizione, prezzo onesto insomma. Se vi piacciono ci farei un pensierino.

Postato da: LiSaRoW a 21:43 | link | commenti (21) |
musica

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